Ho cominciato a correre molti anni fa con un cronometro azzurro che contava il tempo. Poi ho iniziato ad utilizzare i gps al polso con la fascia cardio e da qualche anno corro con un orologio che mi permette di misurare i più disparati parametri che sembrano essere diventati necessari alla corsa.
Un giorno di qualche mese fa, banalmente, mi si è scaricato l'orologio. Sono uscito lo stesso. Non sapevo quanto lungo sarebbe stato il giro, non sapevo a che passo stavo andando, non sapevo se il mio battito era dove doveva essere. Non dovevo sapere niente. È stata una delle corse più belle che ricordi negli ultimi anni.
Non è che prima le corse fossero brutte. Erano buone, ed erano misurate. È che quella, senza nulla al polso, era diversa. Correvo guardando con più attenzione il mondo che mi circondava, senza preoccuparmi di passo, distanza, zone di frequenza. Acceleravo quando mi veniva e rallentavo quando mi veniva, senza confrontarmi con nessun numero. Quando ho sentito che era ora di tornare, sono tornato. Una cosa semplicissima, e che non facevo da anni. Semplicemente mi sono sentito libero.
Non sto dicendo che i dati rovinino la corsa. Non è vero, e chi corre lo sa. I dati sono utili, spesso sono belli, vedere che stai migliorando è un piacere reale. Sto dicendo che la loro assenza, a volte, amplifica l'esperienza in un modo che la loro presenza non permette. Sono due modi diversi di stare dentro a un'ora, ed entrambi sono legittimi. Il problema è che uno dei due, negli ultimi dieci anni, ha mangiato l'altro quasi completamente. Non scegliamo più di correre coi numeri. Ci viene offerto solo quello.
Tutto quello che viene dopo nasce da qui: dalla voglia di riavere la scelta.
Il problema non sono i dati, è quando arrivano
Ho continuato per qualche settimana a correre senza orologio, apposta. Mi sentivo libero, primitivo, romantico. Mi sentivo anche stupido, perché poi in casa non avevo modo di sapere quanto avevo corso, e i dati — lo ammetto — mi mancavano. Non perché ne avessi bisogno. Perché ero abituato a riceverli. Una specie di astinenza dal numero.
Da quella prima corsa per caso mi è rimasta addosso una domanda che ho rimuginato per mesi. Se i dati sono utili, e lo sono, perché correre senza mi era sembrato un regalo? Ci ho messo un po' a trovare la risposta, ed è molto semplice. Il problema non sono i dati. Il problema è quando arrivano i dati. I dati durante la corsa la trasformano in un esercizio di confronto con se stessi in tempo reale: stai andando troppo piano, stai andando troppo veloce, il battito è alto, mancano due chilometri, in salita rallenti. Sei sempre in dialogo con un te stesso ipotetico migliore, peggiore, di ieri, di un mese fa e la voce nelle cuffie continua a ripeterti che stai andando troppo forte, troppo piano, nell'intervallo. Non sei mai dove sei.
I dati dopo la corsa, invece, sono un'altra cosa. Sono il modo in cui un'esperienza si sedimenta in qualcosa di leggibile. Una traccia GPS, vista a fine corsa, è una linea su una mappa: ti dice dove sei stato. Vista durante la corsa, ti dice quanto ti manca. Sono due oggetti diversi fatti dello stesso materiale.
Da qui è nata la prima decisione di orma, che è anche la più radicale e la più semplice da raccontare: durante la corsa, lo schermo dell'orologio è muto. Non c'è il passo. Non c'è la distanza. Non c'è il battito in numeri. C'è solo una pulsazione astratta, una forma che vive col tuo battito, e che con il passare dei minuti comincia a tingersi di colore. Il colore arriva dal corpo: dall'altimetria, dalla frequenza cardiaca, dalla distanza percorsa. Ma non lo leggi come dato. Lo vedi come immagine.
Quando finisci la corsa, l'immagine è completa. È il tuo respiro di quel giorno tradotto in colore. Solo allora arrivano i numeri.
Prima esperienza, poi memoria, poi statistica
Questa è diventata la formula del progetto, e la ripeto a me stesso ogni volta che devo prendere una decisione di design. Esperienza, memoria, statistica. Tre piani che esistono tutti, in quest'ordine.
L'esperienza è la corsa. Non è negoziabile. Avviene nel mondo, col corpo, dentro al tempo, e va lasciata in pace. Ogni interferenza dell'app durante quel tempo è un furto. L'app, durante la corsa, deve essere quasi invisibile.
La memoria è il momento subito dopo. Non è ancora il dato, è la sensazione che hai prima che la sensazione svanisca. Quando ti fermi, sudato, e la corsa è ancora addosso a te, l'app ti chiede tre cose semplici: una parola, quanto hai faticato e una nota, se vuoi. Niente di più. È un gesto che dura quindici secondi e funziona come un sigillo. Sta lì a dire: questa corsa è stata così.
Ho rubato l'idea, in parte, a chi tiene un diario. Chi tiene un diario non scrive a fine giornata "ho consumato 1834 calorie e camminato 7421 passi". Scrive una frase. Oggi ho visto un airone vicino al fiume. Ho parlato con mio padre dopo tre settimane. La luce era strana. È quella la memoria, ed è qualcosa di completamente diverso dal log.
La statistica viene per ultima, ed è la parte che mi ha richiesto più tempo. Non è stato facile capire come trattarla. Per un pò la mia ipotesi di lavoro è stata che fosse da eliminare del tutto. Un'app contemplativa, pensavo, non deve avere statistiche. Sbagliavo, e ci ho messo molto a vederlo.
I dati ci sono. Esistono. Il sensore li produce, sono utili, in certi casi sono importanti — se sto preparando una mezza maratona voglio sapere quanto ho corso questa settimana, e se il battito medio sta scendendo a parità di passo. Negarli sarebbe un atto di feticismo, non di consapevolezza. La domanda giusta non è se mostrare i dati. È come mostrarli, quando mostrarli, e con quale grammatica visiva. Il dato puro — il numero — è una possibilità tra molte. Esiste anche il dato come materiale visivo, come pigmento, come componente di un'immagine. È così che orma li usa: i dati ci sono tutti, ma sono nascosti dietro un cassetto. Quello che vedi per primo, sempre, è il colore. La forma. La memoria.
Due app in una
C'è una cosa che non ho ancora detto, ed è probabilmente la più importante per spiegare cosa sia davvero orma.
Per come l'ho descritta finora, sembra un'app per chi corre con Apple Watch e vuole un'esperienza diversa. È vero, ma è solo metà. L'altra metà è che orma esiste anche, e soprattutto, come archivio indipendente dal modo in cui hai registrato la corsa.
La maggior parte di noi che corre da qualche anno ha già un archivio sportivo da qualche parte. Su Strava, su Garmin Connect, dentro ad Apple Salute, dentro alle app del produttore dell'orologio. Centinaia di tracce, anni di sudore, gigabyte di dati. Tutti veri, tutti precisi, ma con un limite, hanno messo in secondo piano una cosa fondamentale: come ti sei sentito. Nessuna di quelle app mette al centro com'è stata la corsa di un martedì di marzo di tre anni fa. Ti dice quanto è stata lunga e veloce, ti riempie di dati che soffocano la cosa più importante: quel giorno correvi arrabbiato, o leggero, hai visto qualcosa che ti è rimasto addosso. Orma è un diario privato e personale.
Orma importa quei dati. Si collega ad Apple Salute, può esportare un file gpx che può essere importato in Strava, accetta inserimento manuale delle corse fatte senza dispositivi. Per ognuna di queste, ti dà la possibilità, non l'obbligo, di aggiungere il pezzo che manca: la parola, il colore, la nota. Costruisce, retroattivamente, una memoria sopra al dato esistente.
Questo significa una cosa importante: non devi correre con orma per usare orma. Puoi continuare a correre con la tua app preferita, col tuo orologio dedicato al trail, con qualunque cosa tu già usi. Orma diventa il livello sopra: il diario.
E qui c'è il punto che vorrei sottolineare con forza, perché è il cuore del compromesso onesto del progetto: non tutte le tue corse saranno libere dai dati. Alcune le farai con la mente piena di numeri, in gara, allenandoti per qualcosa di specifico. Va bene. Orma non ti chiede di rinunciare. Ti chiede solo di non rinunciare, in cambio, alla memoria di quelle corse. Una cosa non esclude l'altra.
Quando hai voglia di correre senza nulla, apri orma sull'orologio e hai lo schermo muto. Quando hai bisogno dei dati live, usi quello che vuoi, e poi orma se li prende e li trasforma in qualcosa che potrai ricordare.
Il colore come dato, il dato come colore
Devo spiegare qui, brevemente, come funziona la parte visiva, perché senza non si capisce la promessa.
Ogni corsa, in orma, diventa un rettangolo di colore. Il colore non è scelto a caso, ed è molto importante che non sia scelto a caso. Nasce da un sistema cromatico semplice, basato su tre componenti: dislivello, frequenza cardiaca, distanza. Ognuno dei tre tinge il rettangolo in modo diverso. Una corsa lunga, in piano, con battito calmo, ha un colore. Una corsa breve, in salita, con il cuore che spinge, ne ha un altro completamente diverso. Due corse uguali sulla carta — stessa distanza, stesso passo medio — possono avere colori diversi se il corpo le ha vissute diversamente.
Questo è il punto in cui il dato cambia statuto. Non è più una cifra da leggere. È materiale per fare un'immagine. È pigmento.
I rettangoli si dispongono in una griglia annuale. Trecentosessantacinque celle, una per ogni giorno dell'anno. I giorni in cui hai corso si accendono di colore. I giorni in cui non hai corso restano vuoti. La griglia non rappresenta solo le tue corse: rappresenta il tuo anno. I vuoti sono parte della memoria quanto i pieni. Una settimana di influenza è una banda vuota. Un mese di vacanza in cui hai corso ogni mattina è un blocco saturo. Il poster, alla fine dell'anno, è il ritratto del tuo tempo vissuto attraverso la corsa.
E qui arriva la cosa che probabilmente conta di più. Quel poster è stampabile. Anzi: è stato pensato, dal primo giorno, per essere stampato.
Il ritorno alla carta
Mi rendo conto che parlo di un'app. Software. Schermi. Eppure il punto di arrivo del progetto è un oggetto fisico, di carta, da appendere al muro.
Se l'obiettivo di orma è restituire alla corsa una dimensione di memoria intima, allora l'archivio non può vivere solo dentro a uno smartphone. Lo smartphone è il luogo dell'oblio. Le foto che fai non le guardi mai più. Le note di Apple Note sono un cimitero. Le app si aprono per qualche secondo e si chiudono. Niente di quello che mettiamo lì dentro acquisisce, col tempo, lo statuto di memoria. Acquisisce lo statuto di backup.
La carta, invece, sta. Un poster appeso in cucina ti guarda ogni mattina mentre fai il caffè. È un oggetto presente. Lo guardi, e vedi marzo. Vedi la settimana in cui non hai corso perché eri malato. Vedi la giornata in cui hai fatto la corsa più lunga dell'anno e il colore di quel giorno è diverso da tutti gli altri. Lo vedi, e ricordi. È quello che la memoria fa quando ha un appiglio fisico.
Anche il diario digitale dentro l'app, alla fine, può essere esportato come libro. Una memoria dell'anno, con le tue parole, le tue note, i colori, i dati tecnici se li vuoi. Cucito, stampato, da tenere in libreria accanto agli altri libri.
Sto costruendo, in altre parole, un'app il cui scopo finale è produrre un oggetto che esiste fuori dall'app. Il software è lo strumento; la memoria cartacea è il prodotto.
Cosa significa, alla fine
Quando provo a spiegare orma a chi non corre, dico: è come un diario. Quando provo a spiegarlo a chi corre, dico: è quello che vorresti che Strava fosse, se Strava avesse a cuore le tue sensazioni invece dei tuoi tempi.
Nessuna delle due definizioni è perfetta. La verità è che orma è un'ipotesi su cosa potrebbero diventare le app, se accettassero di non essere il centro dell'attenzione. Se accettassero di lasciare spazio. Di registrare invece di prescrivere. Di servire una pratica invece di volerla ottimizzare.
Per chi corre, in particolare, è una proposta semplice: provare a riprendersi un'ora di silenzio dal mondo. La corsa è, per molti, l'unica ora della giornata in cui nessuno chiede niente. Niente notifiche, niente email, niente riunioni. È folle che proprio in quell'ora abbiamo accettato di portare al polso un dispositivo che continua a chiederci performance. Abbiamo trasformato anche il nostro spazio libero in uno spazio produttivo.
Orma, durante la corsa, sta zitta. Non perché ignori il dato — lo sta misurando, lo sta usando per costruire il colore, lo sta archiviando per dopo — ma perché sa che il momento per parlartene non è adesso. Adesso devi correre. Dopo, quando torni a casa, sei tu che decidi cosa farne.
Sto costruendo questa cosa da solo, da molti mesi, perché credo che esista uno spazio per app che chiedono meno e restituiscono di più.
Se ti riconosci in qualcosa di quello che hai letto, orma uscirà nei prossimi mesi. Nel frattempo sto pubblicando il processo, le decisioni di design, i dubbi. Se vuoi seguirlo, sai dove trovarmi.
Per ora, basta così. Vado a correre.